Booking.com risponde a Federalberghi sulla rate parity

In un articolo pubblicato su Repubblica Booking.com difende la rate parity dagli attacchi di Federalberghi e sottolinea che gli albergatori sono schierati con il portale di viaggi. Nonostante l’articolo offra alcuni spunti di riflessione, ha suscitato non poche perplessità e polemiche. 

Il tema della rate parity è recentemente tornato sotto i riflettori a causa di un comunicato di Federalberghi in cui si chiede formalmente al Governo di intervenire per abolire le clausole di parità tariffaria come avvenuto in Francia con la legge Macron e in Germania con la sentenza dell’Antitrust.

L’articolo pubblicato su Repubblica.it analizza la questione della rate parity dal punto di vista di Booking.com attraverso le parole di Andrea D’Amico, Country Manager per l’Italia. Secondo quanto dichiarato da D’Amico, le clausole di rate parity permettono a Booking.com non solo di ottenere risultati importanti, ma di investire sul servizio.

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Andrea D’Amico, Country Manager di Booking.com per l’Italia,
durante un incontro organizzato da ADA Lazio

Oltre a difendere le commissioni della OTA (che talvolta possono raggiungere il 18%) rispetto a quelle dei Tour Operator, D’Amico ha affermato che gli hotel sono dalla parte di Booking:

Nessuno è obbligato a usufruire del servizio, eppure sono sempre di più quelli che si associano a noi. Ogni mese le nuove strutture sono 2-3mila in più, al netto di quelle che escono: complessivamente siamo partner di 90mila strutture a fronte delle 420mila presenti in Italia, incluse quelle che non prevedono l’obbligo di registrazione.

A destare particolare scalpore è stata la conclusione dell’articolo a cura di Balestreri:

Il rischio è che l’abolizione del parity rate convinca Booking a tagliare gli investimenti riducendo la vetrina dell’Italia all’estero. E ad essere penalizzata, senza servizi e vetrine globali, potrebbe essere piccola industria alberghiera italiana che rappresenta la spina dorsale del settore.

Una “minaccia” di penalizzazione?
Ecco perché è senza fondamento

Considerazioni molto forti quelle presenti nell’articolo che non possono far altro che suscitare stupore e perplessità. Vorremmo chiedere in questo caso cosa si intenda per l’ipotetica “penalizzazione” dell’Italia all’estero. Ricordiamo infatti che un’eventuale penalizzazione del mercato italiano è uno scenario che difficilmente si verificherà. La destinazione infatti viene scelta dall’utente più per la qualità del Paese che per la visibilità su Booking.com.

Su Booking.com, infatti, si arriva una volta decisa la destinazione, non per deciderla. Proprio per comprendere cosa si intenda con queste dichiarazioni, è interessante proporre un confronto con quanto avvenuto in altri Paesi.

La Francia – principale competitor per l’Italia – ha abolito ufficialmente la rate parity senza essere stata penalizzata da Booking.com; discorso valido anche per la Germania, dove l’Antitrust ha consentito agli hotel di scegliere liberamente le tariffe del sito ufficiale indipendentemente da quelle del portale di viaggi.

Tralasciando il fatto che sia stato intervistato un solo albergatore per esprimere l’apprezzamento verso Booking.com, un’ultima domanda che poniamo è: prima che esistesse la rate parity, Booking.com ha comunque potuto fatturare milioni di euro grazie ai partner alberghieri. Cosa è cambiato negli ultimi anni e per quale motivo la rate parity è diventata una clausola “vitale” per la OTA?

L’impressione che si ha dell’articolo e delle dichiarazioni di Andrea D’Amico è che Booking.com abbia cercato di difendersi da una possibile azione legislativa contro la parità tariffaria proponendo un’immagine irrealistica dell’attuale situazione alberghiera e delle reali opinioni degli albergatori.

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Pubblicato il: 5 ottobre 2015

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